Cremonini, rosso in tavola.

Nuovi criteri contabili apparecchiano il rosso sulla tavola del sistema di holding della famiglia Cremonini, dinastia attiva nella ristorazione e nella produzione di carni, che in borsa è presente tramite la Marr reduce da un 2017 che ha visto un buon rialzo del 17% circa. E nei veicoli a monte della quotata si evince anche un mancato accantonamento a proposito della vicenda di “auto insider trading” sulla quale, peraltro, si recentemente espressa la Corte di Cassazione.

La catena di controlla della quotata è abbastanza complessa poiché a monte di Marr c’è la operativa Cremonini spa, ex quotata, che ne detiene circa il 57%. A sua volta quest’ultima vede il capitale di circa 67 milioni di proprietà per 28,7 milioni dell’italiana Cremofin srl e per 30,2 milioni della controllata lussemburghese Ci-erre Lux, per 218mila euro di proprietà diretta del patron Luigi Cremonini (classe 1939) mentre quote paritetiche di circa 2mila euro sono intestate a papà Cremonini a titolo di usufrutto e in nuda proprietà ai quattro eredi Claudia (1962), Vincenzo (1964), Serafino (1969) e Augusto (1976). A sua volta Cremofin vede il capitale di 2,5 milioni detenuto per 357mila euro dall’accomandita Cafin di Luigi Cremonini che possiede anche direttamente titoli per 50mila euro, come usufruttuario per 892mila euro e nuda proprietà all’accomandita, nella stessa modalità per 856mila euro e diretta proprietà alla Tina srl, che a sua volta detiene direttamente i restanti titoli per 343mila euro. In questo veicolo, con un capitale di 5 milioni, sono presenti sempre Luigi Cremonini con una quota minima diretta e tutti gli eredi, ma a fine dello scorso anno Claudia, Serafino e Augusto hanno intestato parte delle loro quote, pari per ciascuno al 7,9%, a Unione Fiduciaria.

Cremofin ha chiuso il bilancio civilistico 2016 in perdita per 354mila euro rispetto all’utile di oltre 5,7 milioni dell’esercizio precedente, passivo che si spiega con l’azzeramento della voce “proventi da controllate” che invece aveva portato un beneficio di quasi 7 milioni nel 2015. In quell’anno l’ordinamento italiano aveva infatti recepito la riforma contabile, comprensiva anche dell’iscrizione in bilancio dei dividendi: la riforma, entrata in vigore dall’1 gennaio del 2016, ha fatto sì che il 2015 è stato per le holding l’ultimo esercizio in cui i dividendi delle controllate hanno potuto essere rilevati nell’esercizio di maturazione anziché in quello in cui è stata deliberata la distribuzione. A cascata anche la controllata lussemburghese ha chiuso il 2016 in rosso per circa 40mila euro rispetto ai quasi 7 milioni di profitto dell’esercizio precedente. Entrambi i passivi sono stati comunque ripianati mediante utilizzo delle consistenti riserve di utili portati a nuovo pari, rispettivamente, a 54 e 71,8 milioni.

Il consolidato di Cremofin è di tutt’altro tenore poiché evidenzia un patrimonio netto salita anno su anno da 703 a 785 milioni e ricavi in progresso da 3,29 a 3,63 miliardi, anche se l’utile finale è in lieve arretramento da 47,4 a 45,4 milioni. Nel bilancio di gruppo, che comprende oltre Ci-erre Lux anche la controllata Le Cupole che detiene fra l’altro gli immobili industriali a Rimini storicamente affittati alla Marr, compaiono 16 nuove società mentre 15 ne sono state escluse perché irrilevanti o di recente acquisizione/costituzione. Il consolidato registra anche la cessione del 15% di Inalca Angola Ltd a due investitori angolani, gli aumenti delle partecipazioni in Cremonini Restauration dall’86% al 100%, in Princeps dal 51% al 100% e in Inalca Food & Beverage dal 70% al 90% assieme alla diminuzione della quota in IF&B Thailand dal 99,9% all’84,9% a seguito di un aumento di capitale riservato a terzi.

Nella relazione sulla gestione l’amministratore unico di Cremofim Illias Aratri spiega che “in attesa della sentenza della Suprema Corte, supportato dai propri consulenti legali, ha ritenuto di non procedere ad alcun accantonamento, essendo fiducioso sul buon esito della controversia”. Si tratta della vicenda iniziata nel 2011 con una multa irrogata da Consob a Luigi e Vincenzo Cremonini colpevoli di “insider primario” per aver acquistato nel 2008 prima del delisting oltre 1,8 milioni di titoli Cremonini spa per un controvalore di 4,95 milioni di euro, utilizzando l’informazione privilegiata del lancio dell’offerta pubblica d’acquisto prima che la notizia venisse comunicata al mercato. Nel 2015 il Tribunale di Milano aveva condannato a 3 anni e a una multa di 150mila euro Luigi Cremonini, in quanto presidente e Vincenzo, come amministratore delegato del gruppo e Aratri (vicepresidente) a 2 anni e a una multa di 50mila euro. Sanzioni e sentenza erano state confermate due anni dopo dalla Corte d’appello di Bologna, ma i Cremonini si erano opposti con un ricorso che proprio a fine 2016 è stato respinto dalla Corte di Cassazione la quale, confermando l’insider primario, ha chiarito che non ci sono ragioni per non estendere al delisting la disciplina sugli abusi di mercato.

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