Il “caso Fed” e i silenzi italiani.

I giornali italiani, anzitutto quelli economici, non si sono accorti che negli Stati Uniti – non a Timbuctù – settimana scorsa è accaduto un importante psicodramma attorno a Janet Yellen, appena insediatasi alla presidenza della Federal Reserve, la più importante banca centrale del pianeta.

Tutto è cominciato lo scorso 13 febbraio quando dalle colonne del “Wall Street Journal”, il quotidiano finanziario di Rupert Murdoch che rappresenta gli interessi delle grandi banche e corporations statunitensi, è partita una bordata ad alzo zero all’indirizzo del successore di Ben Bernanke, voluto dal presidente Barack Obama. Che due giorni prima aveva reso la sua prima testimonianza davanti al Congresso.

Il “Journal”, come soprannominato dagli addetti ai lavori, ha raccontato un fior di notizia: George Akerlof, apprezzato economista e marito della Yellen, sedeva nel board di UBS International Center of Economics in Society (ICES), istituzione accademica fondata da quel gigante bancario svizzero UBS che già tanti guai ha avuto con l’amministrazione di Washington e al cui fisco ha dovuto pagare una multa di quasi 800 milioni di dollari oltre a comunicare una lista di circa 5.000 clienti americani “evasori”, pena il ritiro della licenza bancaria negli Usa. L’UBS ICES è stato fondato nel 2012 presso l’università di Zurigo con una dotazione di 100 milioni di dollari arrivata dalla banca.

Perché quel posto di mister Akerlof era diventato imbarazzante? Perché la moglie Yellen non lo aveva comunicato in un file di disclosure all’US Office of Government Ethics, anche se non era obbligata a farlo. Ma certo quel posto rischiava di essere ancor più imbarazzante, proprio perché la Fed sta apprestandosi a varare – in base alla legge Dodd-Frank – nuove regole patrimoniali per le banche straniere che operano negli Stati Uniti, e l’UBS è fra queste.

Insomma, il rischio di un possibile conflitto d’interessi fra l’attività di regulator della Yellen e quella accademica del marito non era campato per aria, per quanto UBS sostenesse subito al “Journal” che non influenzava le attività di UBS ICES, nonostante il logo delle tre croci della banca compaia nel sito del Centro e nonostante il presidente di UBS, Axel Weber, vi abbia tenuto diverse conferenze. E nonostante il marito della Yellen non sia pagato per quel posto.

Ma gli Stati Uniti sono un paese serio. Al punto che non è tollerabile nemmeno l’ombra di un conflitto d’interessi sui regulator. E così ventiquattr’ore dopo l’uscita del “Journal”, mister Akerlof si è dimesso dal board di UBS ICES, scrivendo al quotidiano finanziario che lo ha fatto perché “pur non essendo attualmente in conflitto d’interesse, voglio evitarne anche l’apparenza”. Insomma, a parti invertite vale la famosa lezione della moglie di Cesare che non solo deve essere, ma anche apparire al di sopra di ogni sospetto.

Imbarazzante il silenzio dei media italiani sulla vicenda. Ma giustificato, se si pensa che i giornali sono espressione di un paese poco serio che ha fatto del conflitto d’interessi a tutti i livelli una delle sue ragion d’essere.

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