Siam tre piccoli Bazolin.

Con la presa del Corriere della Sera da parte della Fiat di John Elkann e della Mediobanca di Alberto Nagel, Giovanni Bazoli, l’ultraottantenne presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, ha patito una delle più cocenti sconfitte della sua storia punteggiata di successi. A poco vale essersi vendicato del mancato intervento sull’aumento di capitale Rcs da parte dell’ormai ex amministratore delegato della banca, Enrico Tommaso Cucchiani, licenziato da Bazoli in tandem con il presidente della Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti.

Ma il professore bresciano sa, almeno, che in tre posti-chiave della finanza italiana siedono manager che a lui devono molto, quasi tutto. Il più anziano di loro, classe 1954, è Arnaldo Borghesi oggi amministratore delegato della finanziaria bresciana Mittel di cui lo stesso Bazoli è stato a lungo presidente, che possiede pure quote di Rcs e di cui vicepresidente è il finanziere franco-polacco Romain Zaleski, legatissimo al professore bresciano. Borghesi si è fatto le ossa come umo di numeri di Carlo De Benedetti, che di Bazoli è amico (tanto da suggerirgli a suo tempo di ingaggiare un altro suo ex manager, Corrado Passera come a.d. della banca), poi ha fondato con Guido Roberto Vitale una merchant bank di successo, la Borghesi & Vitale, successivamente passata sotto le insegne della Lazard. Il legame di Borghesi con l’Ingegnere è tale che ancora oggi possiede una quota della M&C, il fondo di private equity fondato da De Benedetti. Uscito da Lazard, Borghesi fonda un’altra advisory firm, la Borghesi & Colombo in compagnia del commercialista Paolo Andrea Colombo, vicino al giro Fininvest, poi diventato presidente dell’Enel. A quel punto Bazoli lo chiama in Mittel per sostituire Giovanni Gorno Tempini di cui parleremo dopo. Uno dei primi atti che Borghesi compie è di far comprare da Mittel proprio la sua boutique consulenziale: una mano lava l’altra, tutte e due lavano il viso.

il secondo bazolino è un trentino doc: Massimo Tononi, classe 1964. Si è fatto le ossa in Goldman Sachs e lì ha incrociato Romano Prodi che poi lo ha voluto prima all’Iri come assistente personale e successivamente nel suo secondo governo. Guarda caso anche lui incrocia, ma questa volta via Prodi, la strada di Bazoli, che nel 2010 lo chiama nel board di Mittel. Quasi contestualmente entra nel consiglio del London Stock Exchange che nel frattempo si compra la Borsa Italiana, di cui Tononi diventa presidente un anno dopo. Ma il pallido manager siede su un’altra poltrona cara a Bazoli, la presidenza dell’Istituto Atesino di Sviluppo (Isa) centro del potere della Curia locale, che possiede pacchetti di Ubi Banca, di Cattolica assicurazioni e della finanziaria Calisio nel cui capitale – oplà – troviamo la moglie di Zaleski.

Il terzo bazolino è quello più giovane, ma più potente. Lui, Gorno Tempini, classe 1962, è un bresciano doc. Ha iniziato in JP Morgan, poi è entrato alle corte di Bazoli in posizioni chiave come uomo a capo dei gangli finanziari della banca, da Caboto a Banca Imi. Quando a Ca’ de Sass arriva Passera, che alla finanza chiama Gaetano Miccichè, la strada di Gorno Tempini è segnata ma Bazoli lo ricolloca subito e lo manda a guidare proprio la Mittel. Nel 2010 in pieno governo Berlusconi il feeling fra Bazoli e l’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti è forte ed ecco che per la Cassa Depositi e Prestiti, gigante pubblico allora sonnacchioso pur dopo il passaggio di un manager come Massimo Varazzani che Tremonti vuole trasformare nella nuova Iri, serve un banchiere “di sistema” e il ministro, assieme alle fondazioni azioniste della Cdp, ascolta la raccomandazione del professore bresciano e arruola il manager bresciano. Che così lascia la poltrona Mittel libera per Borghesi. E Gorno Tempini va a sedersi su una poltrona che vale 100 Mittel e 10 Intesa.

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