I Merloni e il Corriere di carta straccia.

I Merloni vendono la loro Indesit agli americani di Whirpool. Un altro pezzo dell’economia e dell’industria italiana che se ne va all’estero. Ma nessuno dei Giornaloni dei Padroni si è mai chiesto in questi giorni quanto i Merloni abbiano pagato la difesa ostinata del pezzo di un simbolo del capitalismo nostrano: il “Corriere della Sera”. Bisogna prendere carta, penna e calcolatrice per capire quanto sia costato alla dinastia marchigiana del “bianco” quella presenza nel patto di sindacato di Rcs.
Prendiamo in esame gli ultimi 10 bilanci di Merloni Invest, la cassaforte della famiglia presieduta da Francesco Merloni, che è il veicolo dove si cristallizza la quota nel gruppo editoriale. Dieci anni fa la partecipazione è pari all’1,5% e vale 32 milioni di euro. Un anno dopo la quota sale all’1,6% e il valore di carico lievita a 35,2 milioni. Nel 2006 il prezzo di carico rimane invariato mentre un anno dopo c’è un lieve aggiustamento all’insù e si sfiora l’1,7% con un valore di carico che sale a 38 milioni. Ma qui iniziano i problemi perché la relazione sulla gestione evidenzia che quei 12 milioni circa di titoli, in carico a circa 3,1 euro cadauno, segnano una potenziale minusvalenza rispetto alle quotazioni borsistiche di fine 2007. Ma i Merloni decidono di tener duro e di non svalutare la costosa fiche puntata sul gruppo allora guidato da Antonello Perricone.
Un anno dopo le cose cambiano: anche se la quota è salita al 2,09% si decide, a fronte della discesa del titolo in borsa, per un secco writeoff di 13,2 milioni che porta il valore di carico di una singola azione Rcs a 2,25 euro. Nel 2009 un altro salasso sull’investimento che viene svalutato di ulteriori 15 milioni portandolo a 19,4 milioni perché le perdite borsistiche vengono giudicate “perdite durevoli di valore”. E i dividendi editoriali? Zero. Un anno dopo i Merloni tengono le bocce ferme, ma in base ai prezzi di borsa sulla quota c’è una potenziale minusvalenza di oltre 5,3 milioni. Anche qui nessuna cedola. Idem nel 2011: la perdita potenziale di 9 milioni non determina una svalutazione e i Merloni giustificano tale mossa “in linea con le valutazioni effettuate dai principali soci di riferimento Rcs”. E pure in questo caso zero dividendi.
Il 2012 vede la quota mantenuta a valore di carico, in costante assenza di cedole. Finché si arriva al cruciale 2013. È l’anno in cui il nuovo amministratore delegato di Rcs Pietro Scott Jovane decide di spesare tutte le perdite e di lanciare il discusso aumento di capitale che vedrà la presa del possesso del “Corriere” da parte di John Elkann. Così i Merloni decidono di vendere tutta la quota Rcs, ma ci perdono quasi 15 milioni proprio mentre Paolo Merloni, figlio di Francesco, esce polemicamente dal consiglio d’amministrazione in duro contrasto con Scott Jovane. Tutto è pronto perché Merloni Invest sparisca con una fusione dentro Merloni Holding.
Dieci anni: a fronte di un investimento di 32 milioni, una perdita di oltre 42,2 milioni. Il “Corriere” è stato, per i Merloni, carta straccia.

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