Moncler in un anno spiumata del 40%.

E’ passato un anno e più che Milena Gabanelli e il suo “Report” che parlava un mese fa di oche maltrattate, potè la disaffezione degli investitori. Il titolo Moncler, il piumino che esattamente un anno fa aveva fatto sognare Piazza Affari con un’Ipo da favola, è tornato tristemente al punto di partenza. Dopo dodici mesi, infatti, venerdì scorso il titolo Moncler ha chiuso la sessione a 10,66 euro, quasi invariato rispetto ai 10,2 euro al quale era stato collocato un anno fa. Il primo giorno di Ipo fu roboante: dopo una campagna pubblicitaria milionaria, dopo il pressing di solerti uffici stampa sui compiacenti giornaloni e giornalini, il patron del gruppo Remo Ruffini era comparso a Piazza Affari a fianco di Raffaele Jerusalmi, numero uno di una borsa ex italiana oggi inglese, per godersi il suo trionfo. In quella seduta fantasmagorica erano sati scambiati 26,8 milioni di titoli dei piumini e il bilancio alla chiusura era stato strabiliante, roba da Nasdaq del 2000: un rialzo del 40% con una chiusura a 14,5 euro. Persino il “Financial Times” aveva definito l’Ipo di Moncler la più brillante dello scorso anno.
Vale la pena, un anno dopo, ricordare chi oltre a Ruffini ha fatto affari d’oro con il collocamento che invece ha penalizzato i piccoli investitori che oggi si ritrovano azzerato il guadagno. Le banche che hanno agito come joint global coordinators dell’offrrta, remunerate con commissioni milionarie. Goldman Sachs, BofA Merrill Lynch, Banca Imi, coinvolte anche Ubs e Jp Morgan, e Mediobanca, joint lead manager e “sponsor” che nel gergo borsistico significa che l’istituto guidato da Alberto Nagel è un po’ il “padrino” del titolo. C’è da ridere – per evitare di indignarsi – a leggere i due “report” che il premuroso sponsor Mediobanca ha redatto sul titolo Moncler gli scorsi 7 agosto e 13 novembre: mentre l’azione soffriva, gli analisti di Piazzetta Cuccia reiteravano imperterriti il consiglio “buy” e indicavano un “target price”, cioè un prezzo obiettivo, di 16,2 euro. Evidentemente stavano su Marte, oppure rappresentavano l’ennesimo esempio del conflitto d’interessi. Pensate che sempre Mediobanca in uno studio del 6 luglio aveva un prezzo-obiettivo persino inferiore: 15,9 euro.
Dopo una fiammata di poco oltre i 16 euro a inizio dello scorso gennaio, infatti, per gli azionisti di Moncler è iniziato l’inesorabile spiumaggio contraddistinto anche da un calo dei volumi di contrattazione: il lock-up sul titolo è scaduto lo scorso settembre e da allora per Moncler non c’è stato scampo tanto che il rialzo di novembre vicino a zona 12 euro dopo la denuncia di “Report” è stato di breve durata. Ma Ruffini, alla faccia degli investitori che in un anno sono stati spiumati del 40%, ha fatto un affare d’oro e ha doverosamente ringraziato i suoi sponsor. Basta leggere il bilancio 2013 della sua Ruffini Partecipazioni (azionista di Moncler al 32%) per scoprire che detiene azioni Goldman Sachs per 15,8 milioni, Ubs per 13,6 milioni (e 10,2 milioni di bond), Jp Morgan per 6,5 milioni e Intesa Sanpaolo (che controlla Banca Imi) per 8,3 milioni oltre a bond di Ca’ de Sass per 3,8 milioni. E’ il capitalismo di relazioni tutto italiano, tanto che non a caso consulente di Ruffini per l’Ipo fu Claudio Costamagna, oggi presidente dell’Impregilo dei Salini e già banker di Goldman Sachs per l’area Emea.

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