La vera lobby di Trump. 1

Ma davvero Donald Trump è l’uomo del popolo americano, colui che arriva alla Casa Bianca perché è stato capace di unire frustazioni e sogni del ricco wasp di Palm Beach e del lavoratore del Midwest trovatosi senza lavoro per colpa della globalizzazione? Davvero Hillary Clinton è l’unica che ha giocato “sporco” in questa partita grazie all’aiuto delle lobby di Wall Street, dei liberal e della stampa democratica ma soprattutto anti-repubblicana?

“Quando sarò presidente, gli israeliani non saranno mai più cittadini di seconda classe”. Con queste parole nella primavera scorsa Trump esordiva nel suo discorso all’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee presieduta da Lillian Pinkus, quella che viene definita la più potente lobby ebraica degli Stati Uniti. “Sono da sempre un sostenitore e fedele amico di Israele” aggiunse Trump, che nel 2004 ha presieduto la carica di “Gran Maresciallo” in occasione della parata del giorno dello stato ebraico a New York. Non solo, il discorso all’Aipac si concludeva con la promessa che, una volta diventato presidente, avrebbe spostato l’ambasciata degli Stati Uniti in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme poiché è “la capitale eterna del popolo ebraico” e con un duro attacco all’Iran.

I legami di Trump con l’ebraismo sono rinsaldati a partire dalla famiglia poiché la figlia Ivanka si è convertita all’ebraismo ortodosso nel 2009, religione di suo marito Jared Kushner, operatore immobiliare, consigliere ascoltatissimo del neopresidente e in predicato di dar vita a una televisione “trumpiana”. Charles Kushner, padre di Jared, che s’è fatto in carcere 14 mesi per una brutta storia di ricatti e ostruzione alla giustizia, è uno dei grandi contributori della causa ebraica. Inoltre il chief financial officer e Jason Greenblatt, che è stato a lungo il capo del legale della Trump Organization sono ebrei osservanti e “The Donald” ha il supporto del più importante contributore della causa ebraica negli Stati Uniti, il “re dei casino” Sheldon Adelson. Un altro ebreo legato a Trump è David Friedman, avvocato specializzato in fallimenti che assistette a lungo il magnate nel crack delle sue attività ad Atlantic City, e che Trump potrebbe nominare ambasciatore degli Stati Uniti in Israele.

E poi: ebreo sefardita è Michael Abboud, capo della comunicazione di Trump, ebrei aschenaziti sono Elliot Broidy e Samuel Fox (vicepresidenti del Trump Victory Committee), Michael Cohen, Alan Garten e Lawrence Glick (vicepresidenti della Trump Organization), gli immobiliaristi Michael e Gil Dezer che con Trump fanno insieme affari nel mattone, Lewis Eisenberg (presidente del Trump Victory Committee), Stephen Feinberg (membro del Trump Economic Advisory Council) e tanti altri. Come sostenitori a suoni di milioni di dollari della causa di Trump sono ebrei come Paul Achleitner, numero uno del gruppo assicurativo tedesco Allianz, e i finanzieri americani Carl Icahn, Wilbur Ross, John Paulson e Stephen Wynn.

Con “The Donald”, insomma, la lobby ebraica americana, così lontana dal disoccupato del Midwest, ha stravinto. Del resto Trump era l’unico candidato rimasto su cui puntare visto che il democratico Bernie Sanders, ebreo di Brooklyn, aveva dovuto cedere il passo a Hillary…

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