Fiera, consigli al neo a.d./1

Va dato atto a Giovanni Gorno Tempini, presidente di Fondazione Fiera Milano, di essere stato finora assolutamente coerente con la linea della “necessaria discontinuità”.  I componenti indicati per il nuovo consiglio d’amministrazione sono infatti tutti nomi nuovi, estranei agli abituali circoli milanesi e con profili di grande competenza professionali.

Al presidente uscente Roberto Rettani non è stato conservato neppure un posto da semplice consigliere nel nuovo CdA nonostante le responsabilità che lo stesso si è assunto post dimissioni di Peraboni e il lavoro difficile con l’amministrazione giudiziaria. Questo va letto come una scelta di grande coerenza con la linea della discontinuità. A Rettani è andato un “sentito grazie” della Fondazione ma anche un arrivederci. Adesso bisogna vedere quali saranno le prossime mosse del nuovo management guidato dal neo a.d. Corrado Colli, che si insidierà in aprile, nella speranza che rimangano in linea con la strategia della discontinuità di Gorno Tempini.

I risultati disastrosi dell’ultimo mandato non possono infatti essere imputati esclusivamente al board uscente. Il Cda della Fiera ha al massimo un ruolo di indirizzo strategico, ma è la qualità del management che fa la differenza. E’ il management ad implementare le scelte strategiche di un’azienda. E considerati i risultati di questi ultimi anni, un serio dubbio il presidente della fondazione dovrebbe porselo sui ruoli di direzione delle singole funzioni dove in molti casi ci sono ancora persone forti solo delle segnalazioni e delle relazioni politiche di una volta. Tutta gente senza alcuna vera capacità e competenza manageriale. E i risultati si vedono. Tutti “figli, amici o parenti” di quella politica che Gorno Tempini ha voluto fermamente tenere fuori dal nuovo CdA.

Quello della qualità del management di diretto riporto all’amministratore delegato è il vero punto debole dell’azienda. Il prossimo step, in linea con la “discontinuità”, è infatti una seria e profonda analisi che porti ad un necessario cambiamento del top management. Non avrebbe alcun senso tenersi dentro molti degli autori storici del grande “Falò della Fiera”. Bisogna complimentarsi con Colli per aver accettato un ruolo decisamente sfidante. La Fiera di oggi è purtroppo un’azienda in seria difficoltà e la notizia di ieri della proroga del commissariamento fino a settembre la lascia in una impasse operativa grave.

Fiera ha perso circa 40 milioni di Euro negli ultimi 3 anni ed eventi come Expo non hanno alcuna possibilità di ripetersi. Il mercato fieristico europeo è stabile e certamente non in crescita. L’Italia rappresenta un paese ed un’economia che è più interessante provare ad esportare che a porre come piattaforma dei grandi acquisti. La strategia Milano-centrica dell’amministratore delegato dimissionario Corrado Peraboni aveva un limite intrinseco proprio in questo, nella presunzione che Milano fosse al centro del mondo. Subito dopo il suo insediamento, Peraboni si era speso molto nel comunicare le linee strategiche dell’azienda e gli obiettivi che la sua gestione si proponeva di raggiungere. Concentrazione sul mercato nazionale e su Milano, sviluppo ed attrazione di nuove fiere presso Fiera Milano con l’obiettivo di aumentare il tasso di occupazione del quartiere e razionalizzazione della presenza all’estero e delle partecipate che in molti casi, in realtà tutti tranne la Cina, generavano perdite.

Per quanto Milano sia cresciuta anche grazie all’Expo, l’Italia “fieristica” rimane un mercato statico dove è difficile che possa cambiare qualcosa di significativo. Vinitaly non si sposterà mai da Verona né tantomeno il Cosmoprof da Bologna. Ma è anche giusto così. Stabilire degli equilibri è un processo che prende tempo ma ha anche un valore. Il tentativo di “scippare” mostre da altri quartieri cosa ha portato di significativamente rilevante per Fiera Milano in questi ultimi anni? Nulla. (1. continua)

Advertisements