Boschi-De Bortoli, gioco di specchi.

C’è un gioco di specchi dietro il nuovo affaire che coinvolge Maria Elena Boschi, sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo Gentiloni? Ferruccio De Bortoli, uno dei più stimati giornalisti italiani, scrive nel suo ultimo libro che nel 2015 la Boschi “non avrebbe avuto problemi a rivolgersi direttamente all’amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni, a cui chiese di valutare una possibile acquisizione di Banca Etruria”, istituto di cui era vicepresidente il padre della Boschi, Pier Luigi. De Bortoli definisce “inusuale” la domanda della Boschi al banchiere di una società quotata. Davanti a questa frase, e alla tempesta che ha scatenato, Ghizzoni, che può essere l’unica fonte diretta per verificare la veridicità di quanto scritto da De Bortoli, tace. E solo fonti di Unicredit parlano di non aver ricevuto “pressioni politiche per l’esame di dossier bancari, compreso quello in questione”.

Cosa fa oggi Ghizzoni? Tra i suoi incarichi più prestigiosi c’è sicuramente quello di vicepresidente di Clessidra sgr, la società di gestione di fondi di private equity costituita dal defunto Claudio Sposito, rilevata un anno fa dall’Italmobiliare. Questa è la holding quotata guidata da Carlo Pesenti, che è stato azionista e consigliere di Unicredit ai tempi di Ghizzoni. Il primo gioco di specchi riguarda questa circostanza e l’altra che vede Ghizzoni dimissionato dalla banca di Piazza Gae Aulenti quando a Palazzo Chigi c’era Matteo Renzi, patron della Boschi. Tutti sanno che Renzi non si oppose al giubilamento del manager di origini piacentine ad opera dei soci della banca, che lo sostituirono con Jean Pierre Mustier: e nel frattempo Pesenti era uscito dal capitale e dal board.

Un altro gioco di specchi riguarda sempre Pesenti, che è stato azionista pesante in Rcs e componente del patto di sindacato. E che si è visto (assieme ad altri) strappare il controllo del gruppo editoriale del “Corriere della Sera”, in pieno governo Renzi, ad opera di Intesa Sanpaolo che ha usato – e finanziato – Urbano Cairo come ariete di sfondamento, il tutto a danno dei soci “storici” del gruppo editoriale, peraltro penalizzati da anni di perdite e tenuti insieme a fatica da Mediobanca. Non è un  mistero che Pesenti fosse uno stenuo difensore della direzione di De Bortoli al “Corriere”, incarico che il giornalista ha lasciato nel 2015 quando era alle viste l’operazione Cairo e dopo che un anno prima sul quotidiano aveva parlato, a proposito del patto del Nazareno, di ombre di massoneria sull’esecutivo Renzi. Ombre in un gioco di specchi.

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