Meloni, la finta donna di destra.

Questo blog non si occupa di politica. E quella di oggi è un’eccezione.

Aggiornamento 15/11/22

E’ durato quasi un’ora l’incontro tra Giorgia Meloni e Joe Biden. “Il colloquio si è incentrato sulla solidità dell’alleanza transatlantica e sull’eccellente cooperazione per fare fronte alle sfide globali, dalla crescita economica alla sicurezza comune”, ha reso noto Palazzo Chigi.

Aggiornamento 30/10/22

ANSA – “Vi assicuro che questo Governo farà del suo meglio per rendere ancora più forti i rapporti con gli Stati Uniti. Long live America, viva l’Italia!”. Si conclude così il video messaggio che Giorgia Meloni ha inviato al 47.mo Gala Awards del Niaf, la National Italian American Foundation.

Aggiornamento 25/10/22.

ANSA – L’incaricato d’affari ad interim dell’ambasciata Usa, Shawn Crowley assisterà al discorso della presidente del Consiglio Giorgia Meloni alla Camera. Il capo missione dell’ambasciata Usa, confermano fonti diplomatiche, ascolterà dalla tribuna riservata agli ospiti le dichiarazioni programmatiche sulle quali il Governo porrà la questione di fiducia.

Il grande inganno, o la grande impostura della destra italiana si chiama Giorgia Meloni. Man mano che i giorni passano dall’affermazione elettorale del capo di Fratelli d’Italia e probabile futuro capo del governo italiano, appare chiaro ciò che da tempo era evidente sotto traccia. Che la Meloni è stata cooptata in un sistema di poteri forti, con al centro l’amministrazione americana, che nulla ha a che fare con l’identità della destra. Basterebbe scorrere l’intervista rilasciata lo scorso 30 settembre al “Corriere della Sera” e al suo vicedirettore Federico Fubini (in buoni rapporti con certe élites) da Lawrence (“Larry”) Fink, numero uno di BlackRock, che ha manifestato “ottimismo con cautela” sull’operato della Meloni.

Basterebbero queste parole pronunciate dal titano di Wall Street, che ha partecipazioni in decine di società quotate italiane, per capire che la maschera di “destra sociale” di cui Meloni si veste è una pagliacciata. E che pagliacci sono i corifei “di destra” interessati, che cercano di plasmare l’immagine del leader di Fratelli d’Italia come la politica che guida la “rivincita di Coccia di Morto” sulla sinistra di Capalbio; per non parlare della sua passione per la saga di J.R.R. Tolkien o della madre di Giorgia, Anna, così verace.

Più di un anno fa si scoprì che la Meloni era entrata nell’Aspen Institute, uno dei più grandi e prestigiosi think tank statunitensi al mondo, in Italia presieduto da Giulio Tremonti (che poi la Meloni ricambiò candidandolo alle ultime elezioni, salvo che l’ex ministro dell’economia del governo di Silvio Berlusconi è uscito clamorosamente trombato e potrà tornare al suo ben più lucroso studio di commercialista e pianificatore fiscale per grandi aziende). L’Aspen infatti non è un think tank qualsiasi. Il distaccamento italiano si affaccia su Piazza Navona ed è da decenni crocevia di diplomatici e accademici, intellettuali e politici, americani e non. Anche il nuovo presidente americano Joe Biden, in una delle ultime trasferte a Roma da vice di Barack Obama, ha fatto tappa all’Aspen per una conferenza internazionale. Nel think tank Usa non mancano certo nomi illustri, a leggere chi fa parte del comitato esecutivo. C’è Mario Monti e il presidente onorario Giuliano Amato, Marta Dassù e Gianni Letta, Paolo Savona e Romano Prodi, l’ad di Enel Francesco Starace e John Elkann come vicepresidente.

L’americanismo della Meloni “di destra” significa moltissimo per la presente e futura amministrazione di Washington, non importa se democratica o repubblicana. Significa che l’Italia continuerà, all’interno dell’Europa, a essere un paese che non promuove il concetto di “Europa Nazione” così radicato nel cuore della autentica destra. Un’Europa Nazione capace di rendersi autonoma e con pari dignità rispetto ai due imperi oggi contrapposti, Stati Uniti e Cina. Del resto nella sua prima uscita pubblica di ieri a Milano il leader di Fratelli d’Italia ha parlato di mettere prima l’Italia e non l’Europa. Il che significa, appunto, pensare che basti per contrapporsi ai due imperi – e non esserne da uno dei due colonizzati – una non meglio identificata “Europa dei popoli”, un altro grande inganno propalato a Bruxelles da quel partito dei Conservatori europei di cui il leader di Fratelli d’Italia è presidente e che conta fra i suoi adepti l’ex democristiano Raffaele Fitto.

Chi ha tessuto l’oggi più che solido rapporto della Meloni con i gangli del potere di Oltreoceano? Un ruolo non da poco spetta a Giulio Terzi di Sant’Agata, con una lunga carriera diplomatica negli Stati Uniti, già ministro degli esteri del governo di Monti, dal quale nel 2013 si dimise polemicamente per la vicenda dei marò. In quell’occasione il capo del governo disse che secondo lui “l’obiettivo perseguito da Terzi non sarebbe stato quello di modificare la decisione governativa, ma quello più esterno di conseguire altri risultati che magari nei prossimi tempi diventeranno più evidenti”. Monti aveva ragione perché in quello stesso anno Terzi di Sant’Agata, che fino ad allora non era stato mai uomo di partito, aderì invece a Fratelli d’Italia, di cui è responsabile dei rapporti diplomatici, e il partito della Meloni gli ha assicurato con le ultime elezioni un seggio al Senato. Così oggi il leader di Fratelli d’Italia vanta ottime entrature all’ambasciata americana a Via Veneto: era in cordiali rapporti con l’ex ambasciatore Lewis Eisenberg e ha avuto una buona intesa con l’incaricato d’affari uscente, Thomas Smitham, pronto a lasciare il posto al successore Shawn Crowley.

Un altro regista della scelta fatta dalla Meloni di accucciarsi ai piedi del potere d’oltreoceano è Adolfo Urso. Che da senatore e presidente del Copasir nel tempo ha lavorato per accreditare Fratelli d’Italia oltreoceano, forte della guida del comitato di Palazzo San Macuto ma soprattutto della presidenza di Farefuturo, fondazione di finiana memoria che nel direttivo conta atlantisti navigati, come l’ambasciatore Gabriele Checchia. Ad Urso si deve anche il legame recente del partito “di destra” con il più grande think tank americano di ispirazione repubblicana, l’International Republican Institute.

Fin qui l’americanismo della Meloni, ormai granitico e che sia allinea a quello, a prova di bomba, del premier uscente Mario Draghi. Non a caso a benedire la vincente del voto sono stati quasi subito e contemporaneamente i due più importanti banchieri italiani, Carlo Messina di Intesa Sanpaolo e Andrea Orcel di Unicredit. Per ciò che riguarda il futuro del governo, poi, basterà aspettare la prossima primavera quando dovranno essere varate almeno 500 nomine di diverse aziende pubbliche e sarà quella l’occasione perché la Meloni accontenti tutte le diverse anime di Fratelli d’Italia, grazie alla regia di Guido Crosetto e di Maurizio Leo, responsabile economico di Fratelli d’Italia.

E la destra da oggi in poi? A convincere i militanti di Fratelli d’Italia che sono davvero arrivati al potere, senza che s’accorgano che al potere ci sono invece altri molto più potenti di loro, e che l’Europa con “yo soy Giorgia” non sarà mai nazione, basterà qualche altro saluto romano sfuggito al braccio di un La Russa qualsiasi. O basterà raccontare ancora le storielle di Coccia di Morto o di Frodo che lotta con Sauron. Senza che le donne e gli uomini di destra s’accorgano che Giorgia non è la signora degli anelli di tolkieniana memoria, ma che l’anello al naso l’hanno messo a loro. Che non si devono accorgere che “yo soy” la perfetta, finta donna di destra. Perché si scrive Giorgia Meloni, ma si legge Goldman Sachs.