Magnoni Brothers, questione di Aplomb.

Fratelli coltelli, anche nell’alta finanza? Non è così vero.

Ruggero Magnoni è uno dei più noti investment banker italiani. Oggi lavora nella giapponese Nomura, ma è stato in posizione di vertice di Lehman Brothers, dove ha operato dall’Italia come uno dei registi dell’Opa su Telecom lanciata da Roberto Colaninno. Magnoni, della dinastia imparentata con Michele Sindona, è fratello di Giorgio, finanziere più discusso e protagonista dell’ultimo crack della ex quotata Sopaf, nonché condannato recentemente a 4 anni per truffa a una banca.

E proprio le disavventure di Giorgio si sono riverberate su Ruggero. Già, perché qualche giorno fa il banchiere di Nomura ha dovuto dare in pegno a Intesa Sanpaolo il suo 30,3% di Aplomb srl: questa è una società alla quale Magnoni partecipa assieme a Umberto Angeloni, patron dello storico marchio di sartoria Raffaele Caruso, il cui 35% è stato appena ceduto al gruppo coreano Fosun.

Perché il pegno? Perché Intesa ha concesso a Magnoni una linea di credito per rilascio di impegni di firma fino a 5 milioni e, ottenuto il 30% di Aplomb, la banca ha rilasciato una garanzia autonoma in favore della massa dei creditori chirografari di Sopaf, attualmente in liquidazione e concordato preventivo.

La verità è che fra gli atti allegati al pegno si scopre una lettera del 5 novembre di Intesa – Divisione Corporate & Investment Banking – Nucleo Global Industries indirizzata alla stessa Sopaf dove si legge che Giorgio Magnoni e i suoi figli avevano sì offerto garanzie ai creditori di Sopaf per 5 milioni, costituite fra l’altro dal pegno sulla società agricola Yani e su alcuni warrant emessi dalla società Green Hunter. Ma poi i commissari giudiziari di Sopaf hanno voluto modificare quelle garanzie. E così Ruggero (che pure di Sopaf è stato azionista di minoranza) ha dovuto controgarantire con un pegno a sua firma.

Insomma: se oggi Ruggero ha meno Aplomb, è colpa di Giorgio.

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