Il Sole dell’avvenire? Mai spuntato.

Il risveglio di Giorgio Squinzi è stato amaro come il caffè. Ieri sera la casa editrice Il Sole 24 Ore, il quotidiano di proprietà della Confindustria presieduta dal patron della Mapei, ha presentato i conti di un 2013 da brivido. E a Squinzi stamane non è bastato neanche consolarsi con l’ennesima paginata che lo vede protagonista del foglio coloro salmone quando a pagina 2 impone un perentoria “altolà al taglio dell’Ice”. Da tempo Squinzi è sotto attacco in Confindustria per la voragine in cui è stato trascinato il “Sole” dalla gestione di Donatella Treu, nominata nel febbraio del 2010, che ha condiviso tutte le scelte col direttore Roberto Napoletano. Una coppia di ferro, tanto da guadagnarsi la copertina dell’ultimo “Prima Comunicazione” in edicola, bibbia del giornalismo nostrano, che titola, forse troppo ottimisticamente: “Il Sole dell’avvenire”.

Il presente del Sole, invece, è buio. Nonostante lo stato di crisi, i prepensionamenti e i diversi “maquillage” del quotidiano fra dorsi che compaiono e scompaiono in una foliazione ancora elevata (ma il “Wall Street Journal Europe”, un “giornalino” finanziario di qualche importanza, fa un secco tabloid di 32 pagine al massimo…) e nonostante gli strombazzamenti di primati digitali, la notte è fonda in viale Monterosa: il bilancio consolidato ha perso 76,2 milioni rispetto ai 45,8 milioni dell’anno prima. Drammatica l’ultima riga del bilancio civilistico: la perdita quasi raddoppia anno su anno passando da 44,2 a 81,9 milioni. Questa è la voce che conta per l’azionista Confindustria. Che su proposta del board presieduto dal cavalier Benito Benedini ripianerò il passivo attingendo alla riserva sovrapprezzo azioni. Nei quattro bilanci della gestione Treu il bilancio civilistico ha segnato perdite per oltre 171 milioni. Chapeau.

Ma tornando al bilancio di gruppo due altri numeri, che sono di casa in via Monterosa, danno l’idea di come l’avvenire del quotidiano è tutt’altro che radioso: l’ebitda che negativo per 41,7 milioni nel 2012, è peggiorato a -42,7 milioni un anno dopo e la posizione finanziaria netta che positiva sia pur di poco nel 2012 (5,3 milioni) è diventata negativa per 48,6 milioni nel 2013.

Il tutto mentre proprio la Treu, licenziando il suo primo bilancio nel 2010, aveva presentato un piano triennale che prevedeva nel 2013 un ebitda “in significativo miglioramento”.

Ecco perché Squinzi forse comincia a pensare che qualcuno in Confindustria ha ragione quando gli dice che è arrivato il momento di smobilitare se non tutta, almeno gran parte di quella quota del 67% in una casa editrice che continua a costare carissima all’associazione degli industriali. Non prima, però, di dare una bella ripulita ai piani alti.

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