Dolce & Gabbana in stallo col fisco Usa.

Domani in Cassazione è il giorno della verità per Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Ha fatto molto rumore la condanna a un anno e sei mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena, irrogata in appello dal tribunale di Milano agli stilisti per una presunta evasione fiscale di 200 milioni di euro. Secondo l’accusa, D&G avrebbero realizzato un’operazione di esterovestizione attraverso la creazione nel 2004 della società lussemburghese Gado, alla quale erano stati ceduti i marchi della maison. In primo grado gli stilisti erano stati condannati a un anno e 8 mesi ma per loro il sostituto pg Gaetano Santamaria Amato aveva chiesto l’assoluzione parlando di operazioni «perfettamente lecite». Domani la Cassazione avrà l’ultima parola.
Se col fisco italiano i due stilisti sono in guerra giudiziaria, novità non entusiasmanti vengono per loro anche dall’altrettanto severo erario americano. Partiamo dalla premessa: l’Internal Revenue Service (IRS), cioè il fisco a stelle e strisce, dopo una verifica fiscale di routine operata sulla controllata Dolce & Gabbana USA Inc. sui periodi dal 2009 al 2011 aveva contestato alla società un importo di 15 milioni di dollari. Gli 007 del fisco oltreoceano hanno indagato sui prezzi di trasferimento delle merci che avrebbero determinato omesse ritenute e imposte.
Come avevano reagito i due stilisti alle accuse dell’IRS? D&G hanno sì ritenuto le valutazioni non motivate nel merito e che se, qualora accettate, avrebbero generato una illegittima doppia tassazione giuridica in Italia della stessa materia imponibile. Tuttavia Dolce & Gabbana si erano mostrati morbidi nei confronti dell’erario a stelle strisce e hanno cercato di definire una transazione monetaria amichevole (Mutual Agreement Procedure, MAP) usando gli strumenti concessi dalla convenzione bilaterale tra l’Italia e gli Stati Uniti. Non solo: avevano chiesto e ottenuto dall’italiana Agenzia delle Entrate e dall’americano IRS l’apertura di una procedura specifica (Bilateral Advance Pricing Agreement, BAPA) finalizzata ad evitare la doppia transazione anche per i periodi successivi a quelli oggetto di accertamento.
Il punto è che la pace con l’occhiuto fisco americano è lungi dall’essere firmata. Ne dà conto il bilancio 2013 della D&G srl, cassaforte dei due stilisti, là dove riferisce che “nel corso dell’esercizio vi sono stati ripetuti contatti con entrambe le amministrazioni fiscali coinvolte (lato Italia: Agenzia delle Entrate, lato Usa: Department of Treasury, IRS)…alla data odierna però non si è in grado di prevedere l’esito delle procedure poste in essere per evitare la doppia tassazione o anche solo di stimare la data in cui le stesse saranno portate a termine”.
Nello stesso bilancio compaiono altre grane fiscali tutte italiane dei due stilisti. Come quella che interessa la controllata Dolce & Gabbana srl, cui l’erario nostrano ha contestato omesse IRES e IRAP e relative sanzioni per oltre 10 milioni. Il tutto è già finito davanti alle Commissioni Tributarie: che ha rigettato entrambi gli appelli così che Dolce & Gabbana faranno ricorso in Cassazione, tanto per cambiare.
Non c’è che dire: fra i due stilisti e le tasse non corre buon sangue…

Advertisements