A Scaroni & Alverà sfugge l’avvoltoio.

E’ già finita ancor prima di iniziare la società fra Paolo Scaroni, ex ceo di Eni e oggi vicepresidente della banca d’affari Rothschild, e il suo grande amico Alvise Alverà, patrizio veneziano, da anni finanziere a Londra. Qualche giorno fa, infatti, a Milano nella sede della Strategic Investments, società di consulenza aziendale costituita poche settimane prima, controllata da Scaroni al 60% e da Alverà al 40%, si è svolta un’assemblea che fa deliberato la messa in liquidazione designando Scaroni come liquidatore.
E’ interessante capire perché la società sia abortita nel giro di poco meno di due mesi.
Scaroni lo spiega nel verbale d’assemblea laddove dice che “venuto meno l’accordo con la Elliott Advisors Uk di Londra, il patrimonio netto della società si è ridotto di oltre un terzo in conseguenza della perdita che al 15 gennaio 2015 ammonta a 14.247 euro”. A di là del dato contabile, poco significativo per una newco, chi è il soggetto dell’accordo cui puntavano Scaroni & Alverà? La Elliott Advisors inglese altro non è che il braccio britannico del grande hedge fund americano attivista Elliott Management fondata dal 70enne finanziere Paul Singer, bollato come “avvoltoio” dal governo sudamericano, che gestisce asset per 25 miliardi di dollari e che è stato protagonista nello scorso autunno di un duro braccio di ferro col governo argentino, dopo aver investito sui tango bond. Lo scontro si è concluso con la sentenza di un tribunale americano che obbliga il governo di Buenos Aires a risarcire Singer per 1,6 miliardi di dollari.
Sfuma così il business dell’accoppiata Scaroni-Alverà, padre di Marco che, dopo un passato in Goldman Sachs, proprio sotto l’era-Scaroni prima in Enel e poi in Eni ha fatto una fulminante carriera e oggi è chief midstream officer del gruppo petrolifero. Un posto-chiave che Claudio Descalzi, successore di Scaroni, non ha toccato.

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