Soros, il furbetto delle tasse.

George Soros, re degli hedge fund, è uno di quei finanzieri che piacciono molto alla sinistra internazionale e, ovviamente, a quella italiana. Non a caso, quando può, “Repubblica” intervista l’84enne magnate ungherese di origine ma ormai basato fra Londra e New York, sui grandi temi economici e politici. Come ogni buon finanziere progressista, poi, Soros adora parlare di tasse e della necessità che persino i grandi ricchi ne paghino di più. In questo si allinea ad un altro tycoon americano, Warren Buffett.
E’ quindi sorprendente scoprire che Soros, in realtà, si fa beffe allegramente dell’erario perché usufruisce a piene mani del meccanismo delle “tasse differite” di cui godono i fondi hedge, anche noti come gestori alternativi. Alla fine del 2013, infatti, la Soros Fund Management, cuore dell’impero del finanziere e che come altri gruppi di gestione è basata in Irlanda, ha messo da parte oltre 13,3 miliardi di dollari di tasse differite. Il Congresso americano ha puntato il dito contro questo marchingegno e ha chiesto agli hedge fund manager di saldare il conto col fisco Usa entro la fine del 2017. Se il business di Soros infatti fosse basato a New York (dove vive e risiedono molti dei suoi clienti) sarebbe sottoposto a una tassa federale del 39,6%, ad altre imposte cittadine pari al 12,8% e all’addizionale derivante dall’Obamacare pari al 3,8%. A conti fatti dovrebbe all’erario 6,7 miliardi di dollari.
La fortuna del finanziere, valutata complessivamente in 30 miliardi di dollari, è stata fin da subito spostata fuori dai confini americani. Il Quantum Endowment Fund, fondo-bandiera di Soros che già nel 1973 raccolse 12 milioni di dollari da miliardari europei (qualcuno dice che Carlo De Benedetti sia uno dei fortunati sottoscrittori iniziali), fu basato subito nelle Antille Olandesi. I conti sono presto fatti: in 40 anni quel fondo, la cui performance è stata in media del 20% fino al 2011 (anno in cui Soros lo ha riconvertito in un family office creando la Soros Fund Management) ha preso dai clienti il 20% dei profitti che, reinvestiti per quattro decenni senza pagare tasse, lo hanno portato a valere oggi quasi 16 miliardi di dollari. Se invece avesse pagato tutte le tasse dovute, il patrimonio del fondo sarebbe di soli 2,4 miliardi di dollari.
Insomma, in Italia abbiamo i furbetti del quartierino che sono dei dilettanti a confronto dei furboni di Wall Street.

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