Trump e l’inversione a U.

In cento giorni Donald Trump è diventato repubblicano. Il presidente che più di ogni altro aveva vinto la corsa per la Casa Bianca sconfessando alcuni punti fondamentali della storia del Grand Old Party (Gop), nel giro di tre mesi si è ricollocato nell’alveo di quel partito che a lungo lo aveva sofferto come un corpo estraneo. Cina, Russia, Nato ed Europa sono i quattro assi portanti della “conversione” di Trump, una vera e propria inversione a U rispetto ai programmi con i quali aveva incendiato gli animi del cuore bianco della classe media americana.

Russia, anzitutto. La retromarcia di The Donald è avvenuta sulla spinta del brutto incidente occorso al generale Michael Flynn che, appena nominato consigliere per la sicurezza, è scivolato sulla buccia di banana di una bugia raccontata al vicepresidente Mike Pence circa un suo incontro con l’ambasciatore russo. La tegola su Trump è stata aggravata dall’apertura di un’inchiesta dell’FBI in materia, giunta dopo il duro scontro tra il neonominato presidente e la CIA. Il partito repubblicano è storicamente antirusso e The Donald s’è adeguato, anche e soprattutto dopo l’iniziativa militare in Siria. Niente più flirt con Vladimir Putin, ma faccia feroce.

La Cina, poi. Insediatosi lanciando strali contro il protezionismo cinese e la politica monetaria di Pechino, l’inquilino della Casa Bianca è stato indotto a più miti consigli dall’inner circle della figlia Ivanka e del genero Jared Kushner. Fino a che il viaggio a Washington del presidente Xi Jinping ha fatto il resto, riportando Trump nel solco della repubblicana One China Policy che considera la vera Cina solo quella di Pechino e non di Taiwan. Niente più accuse, ma collaborazione.

Dopo aver sparato a zero contro la Nato, deriso l’Unione europea e attaccato Angela Merkel, anche in tale caso nel giro di cento giorni The Donald ha pensato bene di rimangiarsi il programma elettorale sotto la spinta del cerchio magico familiare, di Pence ma anche del ministro al tesoro Steven Mnuchin, ex Goldman Sachs proprio come Gary Cohn, influente numero uno del National Economic Council. Europa e difesa atlantica sono così ritornati fattori importanti, nella migliore tradizione del Gop. Infine, in questa inversione a U, il ridimensionamento del “principe nero” Steven Bannon, l’aedo dello slogan elettorale “America First”, voluto ancora dalla figlia, dal genero e soprattutto da James Matthis, generale a cinque stelle e segretario della difesa.

L’outsider si è così ricollocato pienamente nella tradizione di quel partito che lo ha inglobato dopo aver cercato di espellerlo come un cancro. E sulla New York di The Donald ha prevalso la Washington del Palazzo, quella dove Trump aveva ottenuto solo il 4% del voto dei residenti. Chissà se essere diventato repubblicano consentirà a Trump di vincere almeno la sfida della riforma fiscale, dopo aver perso quella sull’abolizione dell’Obamacare proprio per colpa del “suo” partito.

 

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