L’utile di Arvedi è meno d’acciaio.

Il complicato 2025 dell’industria mondiale dell’acciaio colpisce i numeri di Finarvedi, la holding di Giovanni Arvedi che controlla l’omonimo gruppo siderurgico che partecipa alla cordata per l’Ilva. L’esercizio consolidato, infatti, s’è chiuso con ricavi per 5,5 miliardi di euro in calo del 4% sul 2024 ma più significative sono state le diminuzioni dei margini reddituali con ebitda ed ebit passati anno su anno rispettivamente da 403,2 milioni a 358,4 milioni e da 172,7 milioni a 137,2 milioni tanto che l’utile netto di 57,8 milioni ha segnato un calo del 37% su quello dell’anno prima. La variazione dei ricavi deriva principalmente dal decremento dei prezzi medi di vendita che ha interessato sia il comparto dell’acciaio al carbonio sia quello inox, causato dall’importante flusso di prodotti siderurgici provenienti dai produttori asiatici. Scomponendo i ricavi sono arrivati per il 54,7% dalle società del comparto carbonio e per il 42,1% da quelle del comparto inox e complessivamente sono stati destinati per il 57% al mercato nazionale, per il 37% al mercato europeo e per il 6% a quello extraeuropeo. I volumi di vendita del gruppo hanno raggiunto i 5,5 milioni di tonnellate di acciaio, in aumento dell’1,9% sul 2024, suddivisi tra le 4,47 milioni tonnellate di acciaio al carbonio e i 1,14 milioni di tonnellate di acciaio inox. L’indebitamento finanziario netto è diminuito anno su anno da 425,1 milioni a 341 milioni. Finarvedi ha depositato anche il bilancio ordinario del 2025 chiuso con un utile crollato a 3,3 milioni dai 28 milioni del precedente esercizio perché la cedola proveniente dalla controllata Ilta Inox è diminuita anno su anno da 30,5 milioni a 6 milioni.